Dopo i saluti istituzionali di Francesca Comunello, che ha ricordato come il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza abbia portato avanti ben nove progetti PRIN finanziati dal PNRR – un risultato di rilievo nel panorama nazionale – Mariacristina Sciannamblo ha aperto i lavori del convegno finale del PRIN PNRR GIVRE, invitando a problematizzare il rapporto tra genere e tecnologie digitali. Un invito a superare visioni deterministiche del digitale, sottolineando come le architetture tecnologiche possano rendere possibili forme di abuso ma, allo stesso tempo, offrire strumenti di difesa e resistenza.
Nel corso della giornata, ospitata il 15 gennaio 2026 al Centro Congressi della Sapienza Università di Roma, il confronto tra ricerca, istituzioni e pratiche sul campo ha restituito una lettura condivisa: la violenza digitale di genere non è un’emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale e pervasivo, strettamente intrecciato con la violenza offline.
Durante la keynote del mattino, Elisa Giomi ha ricostruito il contesto politico e regolatorio internazionale, soffermandosi sulle tensioni tra big tech e Unione Europea dopo l’introduzione del Digital Services Act e del Digital Markets Act. Giomi ha ricordato come, a seguito dell’elezione di Donald Trump, alcune piattaforme abbiano progressivamente allentato le politiche di moderazione dei contenuti, legittimando forme di odio “lawful but awful”, spesso di matrice sessista ed eteropatriarcale. “La trappola della neutralità – ha spiegato – è far passare la violenza come qualcosa di neutro, quando in realtà tutela chi occupa già una posizione di privilegio”.
Il panel dedicato al dialogo tra i PRIN, moderato da Lorenza Parisi, ha approfondito le diverse manifestazioni della violenza di genere digitale. A partire dai risultati emersi dalle interviste del progetto GIVRE, Chiara Carbone ha invitato a non considerare il digitale come un insieme di nuove tecnologie, ma come nuove configurazioni del potere, evidenziando la continuità tra online e offline e la normalizzazione della violenza negli spazi digitali, spesso percepiti come “ambientali” e non eccezionali.
Arianna Bussoletti ha presentato i risultati dei focus group del progetto GIVRE, mostrando come donne e soggettività LGBTQ+, bersaglio principale delle violenze online, sviluppino strategie di autoprotezione, riducendo la propria visibilità e limitando le interazioni digitali. Una consapevolezza che, se da un lato contribuisce alla difesa individuale, dall’altro produce isolamento e una progressiva rinuncia alla partecipazione pubblica.
Sul fronte adolescenziale, Francesca Ieracitano ha illustrato i dati del PRIN DIGIT, con un focus sulle digital dating abuses, evidenziando come il genere incida in modo significativo sia nelle pratiche di controllo sia nelle percezioni della violenza. Il riferimento ai trend delle “red flag” e “green flag” ha mostrato come i giovani tentino di nominare e riconoscere comportamenti problematici e accettabili, pur all’interno di cornici ancora fortemente eteronormative.
Il tema dei bias algoritmici è stato affrontato da Paola Panarese, che attraverso il PRIN IMAGES ha presentato i risultati delle scoping review e delle interviste condotte con sviluppatrici e con artisti e artiste che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale. Le ricerche confermano la persistenza del mito della neutralità algoritmica e la riproduzione di stereotipi di genere nei dataset. In dialogo con lei, Angelo Oddi ha illustrato il lavoro tecnico su strumenti di valutazione collaborativa del rischio di bias nei sistemi di IA.
Nel pomeriggio, la keynote di Tiziano Bonini ha spostato l’attenzione sull’economia morale delle tecnologie digitali. Riprendendo l’interrogativo “Do artifacts have politics?”, Bonini ha spiegato come le piattaforme diventino attori morali attraverso le scelte di design, spesso orientate a logiche estrattive e di profitto, ma continuamente rinegoziate dagli utenti all’interno di economie morali alternative.
La tavola rotonda conclusiva, moderata da Stefania Parisi, ha dato spazio alle pratiche di resistenza e immaginazione tecnologica. Chayn Italia, con Claudia Fratangeli e Irene Salvi, ha raccontato il lavoro su spazi digitali progettati fuori dalle logiche di sorveglianza e cattura dell’attenzione, pensati come ambienti sicuri, partecipativi e rispettosi della privacy. Marina Traylor si è interrogata sul ruolo dei Centri antiviolenza nel contrasto alla violenza di genere online, mentre Elisa Tremolada ha posto l’accento sulla responsabilità di chi progetta le piattaforme e sulla difficoltà di coniugare design partecipativo e scala.
Non è mancato l’intervento istituzionale di Michela Cicculli, che ha richiamato l’urgenza di dotare i centri antiviolenza di strumenti adeguati per affrontare la violenza digitale, ribadendo che “la neutralità non è un modo per essere super partes, ma un modo per rinunciare alla responsabilità politica”.
Il convegno GIVRE ha così restituito un quadro articolato: la violenza digitale di genere si configura come un continuum della violenza offline, sostenuto da architetture tecnologiche, norme culturali e disuguaglianze strutturali. Contrastarla richiede dati, ricerca situata, alleanze tra saperi e la capacità di immaginare tecnologie diverse da quelle oggi dominanti.




